Venerdì a Parigi, giovedì a Beirut, mercoledì a Kabul… (per fermarci alla settimana scorsa). I morti sono morti. Le lacrime francesi valgono forse più di quelle libanesi o di quelle afghane? Certamente no.

E allora perché quelle francesi bruciano di più?

I morti di Parigi ci fanno più paura solo perché sono più vicini, perché li percepiamo più simili a noi, come noi. Ci sentiamo più insicuri, più esposti, più fragili e la paura diventa la misura dell’indignazione, la misura della rabbia.

La paura è un sentimento legittimo e comprensibile, ma non è amica della ragione e i conflitti si risolvono capendone le cause, non reagendo visceralmente alle conseguenze. Che senso ha urlare “ci hanno dichiarato guerra”, “bombardiamoli”, “blindiamo le frontiere” se non sappiamo neppure dare un nome e una identità a “chi” ci ha dichiarato guerra, se non sappiamo “dove” andare a bombardare e quali frontiere chiudere a chi e perché?

L’incapacità di dare un nome alle cose è il sintomo più evidente della debolezza, invocare sterilmente e genericamente la violenza è infantile come battere i piedi e reagire senza capire è la cosa più stupida che possiamo fare.

La strada migliore è - come sempre - quella in salita, quella per adulti: recuperare lucidità, reagire alla paura, interpretare quello che accade nel contesto più ampio possibile e imporci un minimo di coerenza.

Ragione e coerenza non sono una melassa buonista in cui annegare tutto, sono esattamente il contrario, non lastricano la strada più facile, ma certamente la più efficace.

Tripoli è più vicina a Roma di Parigi, ma pensare che quanto accade a Tripoli non ci riguarda fino a quando non si replica a Parigi, che le bombe di Beirut non sono affar nostro e che i decapitati di Ghazni sono solo impicci privati dell’Afghanistan… è un lusso che non possiamo più permetterci.

Dobbiamo riuscire a dare un nome alle cose e a far prevalere la ragione sulla paura. A battere i piedi a terra sono capaci anche Salvini e Gasparri.