Giustizie difficili, verità improbabiliGiustizie difficili, verità improbabili

Non ci si aspetta che un promettente ragazzo di ventotto anni, ricercatore universitario, venga rapito, torturato e ucciso: tutti siamo rimasti sconcertati e addolorati quando è stato ritrovato il corpo senza vita di Giulio Regeni. Per quanto la situazione in Egitto sia precaria e complessa, come può accadere che un contesto di studio e ricerca si trasformi improvvisamente in un brutto scenario di guerra, con inquietanti ipotesi che coinvolgono servizi segreti, poliziotti senza scrupoli, strumentalizzazioni di politica interna e addirittura complotti internazionali?

Tutti vorremmo giustizia e tutti pretenderemmo verità, ma la prima facciamo fatica a definirla e della seconda avremo probabilmente solo frammenti. Quando invochiamo giustizia diamo voce alla rabbia perché quanto è accaduto non ci appare accettabile, percepiamo una violenza inattesa e “ingiusta”: ci interessa solo che quella violenza sia in qualche modo “compensata” e l’equilibrio ristabilito. Non ci interessa sapere in che modo e da chi, non ci chiediamo se realisticamente sia possibile, e neppure sapremmo indicare con esattezza cosa vorremmo che accadesse: esigiamo solo che “giustizia sia fatta”.

Allo stesso modo, quando pretendiamo di conoscere la verità, diamo per scontato che essa sia sempre lineare, ricostruibile e “confessabile”. Purtroppo quasi mai la verità è lineare, spesso è estremamente complessa da ricostruire e, se pure fosse possibile, in alcuni casi (come quello di Giulio Regeni) questa verità non sarebbe realisticamente “confessabile”, perché andrebbe a toccare –anche indirettamente - delicati equilibri politici e internazionali.

E allora? Non resta che accontentarsi dell’ipocrita balletto di bugie e false minacce tra cancellerie e diplomazie? Benché - lo sappiamo tutti per esperienza - ci siano amarezze destinate a rimanere amare e domande destinate a rimanere senza risposta, non è vero che possiamo solo dimenticare e aspettare che il tempo faccia il suo analgesico mestiere.

Quello che possiamo è “fare memoria” di quello che accade, non nel senso banale di non dimenticare, ma nel senso più pieno di farne derivare un insegnamento e trasformare questa memoria in cultura. Uscire, ad esempio, dal vicolo asfittico dell’orgoglio nazionale e contestualizzare l’accaduto: quanti ragazzi egiziani hanno subito la stessa sorte di Giulio Regeni? quante mamme egiziane non hanno potuto neppure riavere il corpo del proprio figlio? Fare memoria è favorire una cultura inclusiva che non sia solo l’esito delle contrapposizioni di interessi ed esigere, ad esempio, che tra le contropartite degli accordi internazionali ci siano anche impegni verificabili sul piano dei diritti sociali. Fare memoria è non dimenticare che la giustizia più efficace è quella che previene i lutti, non quella che li segue.

Anche il Presidente della Repubblica, a proposito di Giulio Regeni, ha così (QUI) sintetizzato il suo pensiero: "Non vogliamo e non possiamo dimenticare la sua passione e la sua vita orribilmente spezzata" perché "fare memoria è un atto di pace".

© Redattore sociale