Sfogliare i giornali, di carta o sul tablet, non migliora l'umore e lascia la strana sensazione di saperne meno di prima. Il primo effetto dipende dalle notizie, il secondo dal basso livello di fiducia che abbiamo in chi ce le racconta.
Non è solo questione di superficialità o partigianerìa, è che non crediamo più che i fatti abbiano una versione univoca, che sia possibile dare una notizia per quel che è senza strumentalizzarla, che qualcuno possa avere l'interesse primario di informare senza l'intenzione prevalente di provocare un giudizio e una reazione.

giornaliRifugiati impauriti descritti come pericolosi aggressori, dati economici parziali e provvisori magnificati come successi epocali, immaginari rapporti di causa-effetto celebrati come certezze assolute: ce n'è per tutti i gusti, soprattutto per chi è a caccia di capri espiatori, complotti incombenti e burattinai invisibili.
Gli accadimenti di questo periodo non sono certo esaltanti, i profeti scarseggiano e la mediocrità è spesso il meglio che passa il convento; forse un po' più di prudenza, di oggettività e di realismo nel linguaggio non guasterebbero. Riusciremmo a leggere un giornale riuscendo a distinguere ciò che è successo dai risentimenti di chi lo racconta.

Vorremmo tutti conoscere la verità su Giulio Regeni, sugli emendamenti del ministro Guidi, sul coinvolgimento di Salah Abdeslam negli attentati di Bruxelles, sulla posta in gioco nell'accordo tra l'UE e Erdogan... in attesa di maggiori chiarezze non è una buona idea affidarsi alla fantasia e confondere le congetture con le certezze.
Le parole sono sempre state pietre, ma una volta dipendeva dalla volontà di usarle da parte di chi le ascoltava o le leggeva: oggi nascono già pronte all'uso, già caricate in canna dalla volontà di chi le scrive e il lettore si aggira tra i titoli come un cacciatore in armeria.